Con i suoi 730 anni di storia, la Cattedrale di Santa Maria del Fiore ha un sacco di aneddoti e curiosità da raccontare.
Storie che ruotano intorno a un progetto ritenuto impossibile, come la costruzione della Cupola, alla personalità del Brunelleschi, alle innovative tecniche di costruzione e alla sicurezza del cantiere.
Ma ci sono anche storie di rivalità mai sopite, di stroncature feroci e di polemiche infinite tra personalità fumantine, che ci restituiscono il clima e la vivacità di una Firenze che per secoli è stata un faro culturale per l’Italia e per l’Europa.
Ma c’è anche un “lato oscuro”, velato di mistero, su cui andremo a fare luce: una selva di misteri e di “si dice” in cui sarà divertente addentrarsi.

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Il Duomo di Firenze e le sue curiosità
I primati della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, il genio e la personalità di Filippo Brunelleschi, l’eterna sfida con il Ghiberti, la perfidia di Michelangelo: dalla Firenze del passato un’antologia di storie, racconti e aneddoti (anche un po’ piccanti) da scorrere tutti d’un fiato.
Brunelleschi e Colombo: un uovo per due

File ID 44020711 | Cupola Duomo Firenze © Jordi Clave Garsot | Dreamstime.com
Si dice “uovo di Colombo”, ma quello di Brunelleschi è storicamente precedente. A raccontarcelo, con la sua solita vivacità, è Giorgio Vasari.
Siamo all’incirca tra il 1418 e il 1420. Filippo si trova di fronte alla commissione dell’Opera del Duomo, che pretende di vedere il modello del suo progetto per la Cupola.
L’architetto, gelosissimo del suo segreto tecnico (la spina di pesce), si rifiuta di mostrarlo e lancia una sfida provocatoria: “Chi riuscirà a fare stare dritto un uovo su un piano di marmo, sarà degno di costruire la Cupola“.
Come è noto, falliscono tutti tranne lui, che ammacca leggermente la base facendo restare l’uovo in verticale. Al coro di proteste — “Così saremmo stati capaci tutti!” — Brunelleschi ribatte secco: “Io l’ho fatto, voi no. Se aveste visto il mio modello, avreste scoperto il mio segreto“.
Una settantina di anni più tardi, nel 1493, Cristoforo Colombo — di ritorno dall’America — propone la stessa sfida ad alcuni notabili spagnoli che tentano di sminuire la sua impresa. Usa lo stesso stratagemma di Filippo, dimostrando che tutto sembra facile quando sai come si fa.
La domanda sorge spontanea: Colombo conosceva il trucco di Brunelleschi? Molto probabilmente sì. Il navigatore genovese era infatti in stretto contatto con il fiorentino Paolo dal Pozzo Toscanelli, grande scienziato, cartografo e amico intimo di Brunelleschi.
È quasi certo che il racconto della sfida al Duomo sia viaggiato insieme alle mappe per le Indie.
Brunelleschi vs Ghiberti (Atto I)

File ID 113498614 © Aleksandra Lande | Dreamstime.com
Filippo Brunelleschi e Lorenzo Ghiberti non erano amici, anzi diciamo pure che non si sopportassero proprio. Ma da dove nasceva la reciproca antipatia tra i due geni?
Siamo nel 1401. La corporazione dei mercanti della lana indice un concorso per realizzare la seconda porta del Battistero di San Giovanni. Filippo e Lorenzo partecipano con due progetti molto diversi, entrambi splendidi.
La giuria non sa decidersi, opterebbe per un ex aequo, ma Brunelleschi sbotta: “O la faccio da solo, o non se ne fa nulla”. Scelgono il progetto del Ghiberti, che realizzerà quella che Michelangelo battezzerà “La Porta del Paradiso”.
Brunelleschi, furioso, parte per Roma con l’amico Donatello. Qui studia l’archeologia e l’architettura romana: il Pantheon, con la sua gigantesca cupola in calcestruzzo, gli mette in testa una certa idea che realizzerà qualche anno dopo, prendendosi una bella rivincita sul rivale.
Al Museo del Bargello sono conservate le due formelle presentate al concorso. Tu sceglieresti lo stile classico del Ghiberti o quello rinascimentale del Brunelleschi?
Filippo vs Lorenzo (Atto II)
L’occasione per la rivincita arriva nel 1420, quando l’Opera del Duomo assegna alla “premiata ditta” Brunelleschi & Ghiberti la co-direzione dei lavori della Cupola di Santa Maria del Fiore. Puoi immaginare la tensione che si respirava…
La convivenza forzata va avanti fino al 1423. La Cupola è arrivata a un punto critico della curvatura e Brunelleschi gioca il suo asso nella manica: si finge malato, sparisce dal cantiere, si chiude in casa con la testa fasciata.
I lavori rallentano, nessuno sa cosa fare e dove mettere le mani. Ma Filippo, per tutte le richieste di un suo intervento, ha sempre la stessa risposta: “Chiedete a Ghiberti, non ha forse lo stesso mio stipendio?”
Ma il Ghiberti non ha le competenze tecniche per gestire la spina di pesce del Brunelleschi, non sa dare ordini agli operai, i lavori si bloccano e il cantiere piomba nel caos.
Ora è chiaro a tutti che il Ghiberti è un genio del cesello, ma come ingegnere non vale il Brunelleschi, che “guarisce miracolosamente”, torna al lavoro e riceve un corposo adeguamento dello stipendio: 100 fiorini all’anno contro i 3 al mese del rivale declassato e messo alla… porta del Paradiso.
Filippo può completare l’opera senza Lorenzo tra i piedi e prendersi tutta la gloria presente e futura per la Cupola del Duomo: la Cupola del Brunelleschi.
Una Cattedrale da primato

File ID 141320980 | Dome Duomo Florence © UlyssePixel | Dreamstime.com
Nel 1471, al momento della posa della Lanterna di Brunelleschi, Santa Maria del Fiore era la chiesa più grande d’Europa, un primato che mantenne fino all’inaugurazione della nuova Basilica di San Pietro nel 1626.
Nei secoli è stata superata da altri luoghi di culto in Europa, in Africa e in Sudamerica, ma resta uno dei giganti mondiali dell’architettura sacra. Se vai in San Pietro, vedrai delle tacche sul pavimento che indicano dove finirebbero le altre grandi chiese del mondo se fossero “infilate” dentro alla Basilica.
Quella di Santa Maria del Fiore è una delle più lontane dall’altare e nessuna, ad oggi, può vantare una cupola in muratura più grande di quella realizzata dal Brunelleschi tra il 1420 e il 1436.
La Cupola più grande del mondo

File ID 19419706 | © Bogdan Lazar | Dreamstime.com
La cupola di Santa Maria del Fiore di Filippo Brunelleschi a Firenze è, tuttora, la più grande cupola in muratura mai realizzata al mondo. Per questo capolavoro parlano i numeri.
90 metri di altezza interna e 116,5 alla sommità della Lanterna; 45,5 metri di diametro interno e 54,8 metri di diametro esterno. 37.000 tonnellate di peso stimato e ben 4 milioni di mattoni utilizzati.
Muri spessi quasi 2 metri per la cupola interna e 80 centimetri per la calotta esterna: un’intercapedine tra le due strutture che permette di arrivare in cima, alla base della Lanterna.
Bisogna, però, scendere in profondità per comprendere i vertici raggiunti da un’opera simile
Il fiore nel vuoto
Per comprendere chi fosse Filippo Brunelleschi, prova a immaginarlo al lavoro. Con la mente torna al 1420, l’anno in cui iniziano i lavori di costruzione della Cupola di Santa Maria del Fiore.
Filippo ha vinto la commessa con il trucco dell’uovo, ha mantenuto inviolato il suo segreto progettuale, ma ora bisogna dimostrare con i fatti di poter costruire senza impalcature e che la struttura crescerà dritta.
Brunelleschi ha un asso nella manica: il Sistema a fiore. Ed è qui che la sua psicologia, un po’ paranoica, sublima il genio ingegneristico.
Brunelleschi non fa uso di complicati calcoli scritti, perché qualcuno potrebbe rubarglieli. Si serve, invece, di un disco di legno che mette al centro del Duomo o del tamburo.
Da questo disco parte una ragnatela di cordicelle tese che, se le guardi dall’alto, formano il disegno di un giglio a otto petali. Se stai pensando che il nome della Cattedrale dipenda da questo, sei fuori strada.
Se, invece, ti stai chiedendo se questa sia di fatto una specie di puntamento laser ante litteram, non sbagli. Solo che i raggi sono di spago, di canapa.
In questo modo ogni muratore, prima di posare un mattone, deve assicurarsi che sia allineato alla sua corda. Se il mattone “tocca” la corda nel punto giusto, l’operaio sa di essere nella posizione geometrica perfetta.
La Spina di Pesce

File ID 107132363 | Florence © Yuriy Brykaylo | Dreamstime.com
La struttura autoportante della Cupola è il colpo di genio che identifica Filippo Brunelleschi. Il sistema di posa dei mattoni a lisca di pesce era unico al mondo e risolse il problema del rischio del crollo della Cupola.
Oltre i 30° di inclinazione i mattoni sarebbero scivolati verso l’interno, perché la malta non avrebbe fatto in tempo ad asciugare. Allora decide di inserire dei mattoni in posizione verticale, perché facciano da freno, impedendo la caduta di quelli orizzontali.
La famosa spina di pesce crea l’effetto morsa per cui i mattoni verticali agiscono come serramenti: ogni mattone si incastra al suo vicino, rendendo solida la struttura che può crescere sicura su sé stessa autoreggendosi.
Semplicemente rivoluzionario.
L’argano reversibile

Photo via Wikipedia
Per trasportare tonnellate di materiali a quote sempre più alte, Brunelleschi rivoluziona la tecnologia del sollevamento inventando un argano a marce invertibili.
Prima di questa innovazione, i buoi che muovevano la macchina dovevano essere staccati e girati ogni volta che si voleva cambiare la direzione del carico (salita o discesa), con una cronica perdita di tempo.
Brunelleschi inserisce un sistema di ingranaggi a doppia vite: azionando una leva, il moto si innesta su una ruota differente che gira nel senso opposto. Gli animali, così, possono camminare sempre nella stessa direzione, mentre il carico sale o scende istantaneamente a comando.
Da notare che questa macchina anticipò gli ascensori moderni grazie a sistemi di bloccaggio automatico che impedivano la caduta del carico in caso di rottura delle funi.
Le paranoie di Brunelleschi
Brunelleschi era ossessionato dal controllo e soprattutto dalla paura che qualcuno (il Ghiberti?) potesse rubare i suoi segreti progettuali. Per proteggerli non lasciava nulla al caso.
Al concorso di idee si rifiuta di togliere il velo al suo progetto. Spiega che sarebbe stato inutile mostrarlo perché non lo avrebbero capito, ma altri avrebbero potuto copiarlo. Lo portano via di peso dalla sala, mentre l’architetto sbraita contro gli esaminatori.
Ma non è mica finita qui. Passava le istruzioni ai suoi capimastri disegnando schemi sulla sabbia dell’Arno, per poi cancellare tutto quando i suoi uomini avevano capito il “brief”.
Filippo seguiva ogni fase di lavoro da “remoto”, utilizzando specchi e piccoli cannocchiali rudimentali, ma anche di persona con controlli a sorpresa, per verificare che l’allineamento dei mattoni fosse perfetto.
La sua era una forma di “sicurezza compartimentata” ante litteram. In pratica nessun gruppo di lavoro conosceva il piano completo dell’opera: solo i fedelissimi del genio conoscevano il segreto delle corde tensionate. Il rischio fuga di notizie era ridotto al minimo.

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La sicurezza prima di tutto
La Cupola del Brunelleschi non è solo un capolavoro di architettura e di ingegneria, ma anche un virtuoso esempio di cantiere sicuro. Se è vero che nei sedici anni in cui rimane aperto, dal 1420 al 1436, si verifica solo un incidente mortale pur essendo impegnati ogni giorno dai 60 agli 80 uomini.
Un risultato del genere non è frutto della buona sorte, ma della maniacale attenzione del Brunelleschi per ogni dettaglio.
Fa installare solidi parapetti in legno su tutti i ponteggi. L’obiettivo non è solo fermare le cadute, ma nascondere la vista del vuoto agli operai per evitare sensi di vertigine o di panico.
Vieta agli operai il consumo di vino puro in quota, permettendo solo vino allungato con molta acqua: una regola severa ma fondamentale per mantenere la lucidità ad alta quota.
Per ridurre la stanchezza derivante dal salire e scendere centinaia di scalini, Brunelleschi organizza un servizio di “delivery”. I pasti sono consegnati direttamente sulle impalcature tramite gli argani. Meno spostamenti, meno occasioni di infortunio.
Brunelleschi ispezionava personalmente ogni componente delle macchine: dalle funi di canapa agli ingranaggi. Inventò sistemi di bloccaggio d’emergenza che anticiparono i moderni freni di sicurezza degli ascensori.
Era un supervisore severissimo. Si racconta che osservasse il cantiere con il binocolo o fingesse di allontanarsi per tornare improvvisamente e controllare che le sue rigide procedure fossero rispettate alla lettera.
Sciopero!
Nell’organizzazione del lavoro di Filippo Brunelleschi, tutti sono importanti, ma nessuno è indispensabile. Tranne lui, ovviamente. Così anche un ammutinamento viene ridotto a un piccolo contrattempo.
Quando un gruppo di muratori esperti, pensando di avere scoperto il segreto del fiore, chiede al Brunelleschi un aumento di stipendio, pena l’abbandono del cantiere, il genio non si scompone.
Li licenzia in tronco e li sostituisce con semplici manovali provenienti da Prato e da Pistoia. Impiega un giorno a insegnare le basi del sistema delle corde e in 48 ore il cantiere ritorna alla piena operatività.
Nessuno può ricattarlo perché il segreto è tutto nella sua mente, nei suoi macchinari da lavoro, nella sua metodologia. Passano alcune settimane e i vecchi muratori tornano implorando il perdono. Lo concede, ma taglia loro lo stipendio.
Il badalone

Photo via Wikipedia
Sapevi che Brunelleschi ha pure progettato una chiatta da trasporto e ha ricevuto per questo il primo “brevetto” documentato della storia?
L’imbarcazione si chiamava Il Badalone, che in fiorentino fa riferimento a una cosa grossa e ingombrante. In realtà era un barcone rivoluzionario dotato di gru per il carico e lo scarico del materiale e pale laterali per facilitare la navigazione.
Tutta farina del geniale sacco di Filippo che, sospettoso com’era, per evitare che altri gli copiassero l’idea ottenne dal Comune di Firenze l’uso esclusivo per tre anni del Badalone, definita “una macchina mai vista prima”. Le eventuali copie sarebbero state bruciate.
Il viaggio inaugurale, nel 1428, fu un Titanic ante litteram: Il Badalone affondò nei pressi di Empoli. Non a causa di un iceberg alla deriva nell’Arno, ma per il carico eccessivo.
Ma, anche in questo disastro, fu un precursore: aveva appena inventato la proprietà intellettuale.
Cupola al Peposo
Si dice che uno dei segreti dell’efficienza degli operai che costruirono la Cupola fosse l’alimentazione, sostanziosa e abbondante.
A questo proposito, Brunelleschi importò dall’Impruneta non solo i mattoni per la sua opera monumentale, ma anche uno spezzatino che veniva cotto nelle fornaci del posto: il Peposo.
Gli ingredienti principali erano, e sono tuttora: carne di manzo, vino Chianti, aglio, olio extravergine d’oliva e molto pepe. Oggi come allora la cottura deve essere molto lenta e prolungata (dalle 3 alle 4 ore a fuoco lento), affinché la carne diventi così tenera da poterla tagliare senza coltelli.
Un vero comfort food, una specialità tipica servita nei ristoranti di Firenze e di tutta la Toscana. Provalo, se vuoi entrare nel “mood” degli operai della Cupola.
L’ultima sfida (Atto III)

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C’è un ultimo round nell’interminabile sfida Brunelleschi VS Ghiberti. Nel 1436, per il progetto della Lanterna, Brunelleschi decide di mettere definitivamente a tappeto il Ghiberti.
La partita si gioca sul progetto della Lanterna della Cupola. I due rivali presentano i propri progetti: quello di Ghiberti, dettagliatissimo, punta tutto sull’estetica.
Filippo, come suo solito, presenta qualcosa di incompleto dal punto di vista delle rifiniture (“le vedrete in corso d’opera”, assicura): il suo piano è dimostrare che la struttura ha bisogno di un “tappo” pesante affinché non imploda.
Poi assesta la stoccata vincente quando definisce il progetto del Ghiberti “un formaggio pieno di buchi”. Per l’ennesima volta i committenti sondano la via della diplomazia: “Perché non provate a collab…”. Filippo li blocca subito: “O io solo, o me ne vado”.
Terrorizzati dal rischio di un crollo, l’Opera del Duomo affida il progetto al Brunelleschi. Per Lorenzo Ghiberti, che viene licenziato, è il colpo del definitivo KO tecnico.
Il toro della facciata

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Sul lato sinistro del Duomo di Firenze, sul cornicione della Porta della Mandorla, se fai caso, noterai una testa di toro o di bue. Che cosa rappresenta e perché è stata scolpita?
Esistono due versioni: una ufficiale, l’altra decisamente più piccante e popolare. Noi, per non sbagliare, te le raccontiamo entrambe.
La spiegazione “istituzionale” e storica riporta che la testa scolpita del bovino sia un tributo a tutti gli animali da tiro che hanno avuto un ruolo importantissimo nella costruzione della Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Senza di loro i materiali non sarebbero mai arrivati a Firenze e non si sarebbero potuti mettere in moto gli argani per sollevarli. E questo è molto plausibile.
Esiste, tuttavia, una versione che ha dei contorni da Decameron di Boccaccio o da “Amici Miei” di Monicelli, se preferisci un paragone più moderno, ed è la preferita dai fiorentini.
Si racconta che uno scultore del cantiere fosse l’amante della moglie di un fornaio che aveva bottega in via dei Servi. Quando il marito scoprì il tradimento e trascinò l’artista in tribunale facendolo multare, lo scalpellino rispose con uno sberleffo eterno: scolpì il bovino con corna imponenti rivolte proprio verso le finestre del fornaio.
In questo modo, ogni volta che l’uomo guardava fuori, veniva schernito dal simbolo del proprio tradimento, diventando il “cornuto” più famoso di Firenze.
Vendetta amorosa o tributo al lavoro animale? Tu a cosa credi?
La gabbia per grilli
La Cupola del Brunelleschi era compiuta, ma c’era un problema. La parte superiore del tamburo si presentava come un camminamento di mattoni a vista. Non il massimo dal punto di vista estetico.
L’Opera del Duomo incarica Baccio d’Agnolo di porre rimedio, progettando una galleria decorativa. Baccio esegue: un ballatoio in marmo con una serie di colonnine e un’arcata classica. Puoi vederlo guardando il lato del Duomo che dà verso via del Proconsolo.
Un “lavoretto” pulito, elegante, che rispecchia lo stile del primo Cinquecento. Un lato è pronto, ce ne sarebbero altri sette, ma prima di procedere viene chiesto un parere autorevole a Michelangelo Buonarroti.
La sua è una delle più celebri stroncature della storia dell’arte: “Mi pare una gabbia per grilli”. Quella decorazione, diremmo oggi, era troppo “minimal” rispetto alla maestosità della Cupola.
Risultato: stop immediato ai lavori. Baccio si ritira, ma la storia non finisce qua. Anzi, si tinge di noir.
Il lato oscuro
Il complesso del Duomo di Firenze non è solo il trionfo del genio umano, che nello spazio di una piazza ha saputo concentrare alcuni dei più grandi capolavori della storia dell’architettura.
La storia di questo luogo e dei suoi monumenti nasconde un lato oscuro dal quale affiorano maledizioni, fantasmi, voci e volti che mettono i brividi. Ne sanno qualcosa i fiorentini, ma vogliamo raccontarle anche a te. Gli aneddoti che stiamo per svelarti si tramandano sottovoce.
La maledizione dei progettisti
Arnolfo di Cambio, Filippo Brunelleschi, Giotto, Nicola Pisano, Giorgio Vasari ed Emilio de Fabris. Cos’hanno in comune tra loro? Tutti sono morti prima del completamento delle opere che avevano progettato.
È vero: una cattedrale richiede decenni, spesso secoli, per essere portata a termine e Arnolfo ne era probabilmente consapevole. E per di più, non avrebbero dovuto fargli il torto di smantellare la facciata incompiuta che aveva pensato per il “suo” Duomo.
Si parla del Campanile, ma Giotto prima e Nicola Pisano poi vennero a mancare pochi anni dopo essere stati nominati capimastri del cantiere, rispettivamente nel 1337 e nel 1348 (l’opera fu chiusa da Francesco Talenti nel 1359).
Il Brunelleschi fece sì in tempo a vedere la sua Cupola svettare sui tetti di Firenze, ma non la Lanterna, inaugurata nel 1471, venticinque anni dopo la sua morte.
Stessa sorte per Giorgio Vasari che nel 1574 passò, per così dire, la mano a Federico Zuccari, lasciandogli l’onore e l’onere di finire il Giudizio Universale nel 1579.
Emilio de Fabris, infine, passò anni e anni a competere per aggiudicarsi il concorso per la facciata del Duomo, ma se ne andò 4 anni prima che il suo allievo, Luigi Del Moro, inaugurasse l’opera nel 1887.
Una maledizione? Nessuno lo dice esplicitamente. Molti lo pensano.
L’Eccezione del Ghiberti
In questo campionario di geni dal destino avverso, c’è comunque un’eccezione di altissimo profilo: Lorenzo Ghiberti, il grande orafo, scultore e rivale acerrimo di Filippo Brunelleschi.
Lui ebbe la fortuna di vedere realizzata l’opera che Michelangelo Buonarroti definì “La Porta del Paradiso” e che tutt’ora è ricordata con questo nome.
Ci lavorò dal 1425 al 1452, e quando fu terminata i committenti decisero di cambiare posizione con l’altro portale, creato dallo stesso Ghiberti, affinché fosse più visibile (venne spostata sul lato est, quello rivolto verso la Cattedrale).
Il fatto è che non stiamo parlando della Cattedrale, ma del Battistero di San Giovanni. Sarà forse per questo che andò tutto bene?
Facce da Inferno

File ID 48010753 | © Antonio Gravante | Dreamstime.com
L’affresco dell’intradosso della Cupola, il Giudizio Universale di Giorgio Vasari e Federico Zuccari (che completò l’opera), è noto per le sue dimensioni monumentali (ben 3600 metri quadrati di superficie dipinta) e per l’alto valore artistico e simbolico espresso dalle oltre 700 figure rappresentate.
Ma a chi appartenevano i volti dell’umanità che popola l’affresco? Sappiamo che i due artisti si autoritrassero e omaggiarono i committenti, Cosimo e Francesco de’ Medici, mettendoli tra i beati del Paradiso.
L’Inferno, invece, è una sorta di vendetta pittorica dei propri nemici personali che lo Zuccari, carattere fumantino e poco incline al perdono, ritrasse nelle grinfie dei mostri e dei demoni per averlo ostacolato e criticato prima, durante e dopo il completamento dell’opera..
Il dissing tra lo Zuccari e il Lasca
C’è mezza Firenze tra i nemici di Zuccari. Sono cortigiani, vicini di casa, magistrati, burocrati, bottegai, prelati: il pittore non accetta critiche al suo stile e si prende la vendetta personale “sul muro”.
Ma con Anton Francesco Grazzini, detto il Lasca, farmacista di professione e critico d’arte per passione, il rapporto si fa pesante e ne nasce un dissing di quelli belli tosti.
Il Lasca odia lo stile manierista del pittore marchigiano e gli fa pure una colpa il fatto di non essere fiorentino. Lo Zuccari, che ha lavorato a Madrid e a Londra, gli dà del provinciale. E dell’incompetente: “Come può un uomo che vende unguenti e purghe capire le sublimi leggi del ‘Disegno Interno’ e della grande pittura monumentale?”.
Non è mica finita qui. A lavoro ultimato, l’opera dello Zuccari viene definita un “guazzabuglio”, auspicando addirittura che il Giudizio Universale sia cancellato con una mano di bianco.
Il Duomo offeso
Conosci già la storia della facciata di Santa Maria del Fiore. Arnolfo di Cambio la progetta e la pensa ricca di statue, perché era anche uno scultore, ma diverse cose vanno storte e la sua opera non viene completata.
Peggio: nel 1587 viene addirittura demolita per ordine del Granduca Francesco I de’ Medici, che voleva sostituirla con una più “moderna”. Molte sculture antiche vanno distrutte, altre vendute, altre ancora usate come materiale di scarto.
Un sacrilegio che il Duomo, messo a nudo, sembra non voler perdonare. A Firenze parlano di maledizione: vero o no, per quasi 300 anni ogni tentativo di rimetterla a posto fallisce miseramente.
Morti improvvise, fondi che finiscono, litigi fra architetti. Le cause sono molteplici, ma il risultato non cambia. Poi, alla fine dell’Ottocento, arriva Emilio de Fabris. Vince i concorsi, placa le polemiche, inizia i lavori, ma muore senza vederli completati.
Dopo tutto quel tempo, il Duomo di Firenze sarà stato ancora offeso?
Il volto del condannato

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Tra i volti inquietanti, quelli che sembrano seguirti con lo sguardo mentre incroci i loro occhi, ce n’è uno che fa più impressione degli altri. È scolpito sulla facciata laterale (lato via dei Servi), seminascosto tra i fregi della Cattedrale: è noto come “L’Importuno di Michelangelo”.
La leggenda racconta che Michelangelo, mentre assisteva a una esecuzione pubblica in piazza o forse per una scommessa, abbia scolpito quel profilo senza guardare e con le mani dietro la schiena. Come dire: padroneggiava a tal punto le tecniche della scultura da poter realizzare un’opera impossibile in pochi minuti e con strumenti di fortuna.
C’è, però, un’altra versione. Si dice che quello sia realmente il volto di un condannato e che il Maestro, con il suo geniale colpo d’occhio e la sua impareggiabile manualità, lo abbia colto nel suo ultimo istante di vita.
Se fosse vero, quegli occhi che ti seguono sono la fotografia fissata nella pietra dell’espressione di terrore di un uomo che sta per morire. E allora sì che la cosa mette i brividi.
I passi di Giuliano
Per un fantasma intrappolato nel marmo, eccone uno che si aggira ancora sul luogo del delitto: quello di Giuliano de’ Medici, assassinato in Santa Maria del Fiore la domenica di Pasqua del 1478, nel corso della famigerata Congiura dei Pazzi.
Durante la messa, al momento dell’Eucaristia, Francesco de’ Pazzi assale e colpisce con 19 coltellate Giuliano, mentre il fratello, Lorenzo il Magnifico, riesce a mettersi in salvo barricandosi nella Sagrestia delle Messe.
C’è un “si dice” che gela il sangue. Molti visitatori giurano di avere percepito un senso di angoscia e di oppressione, oltre a un calo repentino della temperatura, nel silenzio della navata sinistra vicino all’Altare Maggiore.
E si racconta, inoltre, che la notte del 26 aprile si possano udire i passi frenetici e il clangore delle lame che riecheggiano nel vuoto della Cattedrale. Infine, c’è la questione del sangue di Giuliano, che nessuno, sul momento, riuscì a ripulire del tutto. La leggenda popolare afferma che alcune persone abbiano visto apparire delle macchie scure a distanza di tempo, come se il pavimento non volesse dimenticare.
Strane sensazioni
La Cattedrale e la Cupola del Brunelleschi non lasciano indifferenti. Non è solo una questione di architettura, di opere d’arte o di geni che hanno lavorato qui. In Santa Maria del Fiore, provi qualcosa sulla pelle.
Quando entri, stando al racconto di tanti visitatori, ti senti piccolo, ma non schiacciato. Questo dipende dalle proporzioni, che seguono rapporti matematici armonici simili a quelli della musica sacra. La Cattedrale agisce sul corpo, non solo sugli occhi.
Si dice anche che, stando in silenzio, tu possa sentire la Cupola scricchiolare; a volte l’aria cambia improvvisamente, altre volte il silenzio sembra premere. La Cupola del Brunelleschi, insomma, sarebbe un essere vivente.
Cose di fisica o inquietante suggestione?
Fiorentini ciechi… pilastri infami
Mai sentito il detto “Fiorentini ciechi, pisani traditori”? L’origine è in un raggiro confezionato da Pisa ai danni di Firenze.
I fatti sarebbero questi: Firenze concede un appoggio alla Repubblica Marinara impegnata contro i Saraceni e, per sdebitarsi, i pisani inviano due pregiatissime colonne di porfido provenienti dall’Oriente.
Si dice che le colonne abbiano un potere speciale: chiunque ci passi davanti può vedervi riflesso il volto di chi lo sta tradendo o derubando. Sono specchi magici, dunque. Ma i pisani, per invidia, le bruciano e le rendono opache, spegnendone per sempre il potere.
I fiorentini si accorgono del raggiro solo dopo averle piazzate davanti al Battistero. Una magia spezzata. Li chiamano “pilastri infami” e sono ancora lì: scuri e inquietanti come un monito che ricorda come il tradimento sia sempre dietro l’angolo e non ci siano mezzi magici per difendersi.
Il Lamento funebre dei grilli

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La vicenda della “gabbia per grilli” è un vero e proprio delitto perfetto consumato all’ombra della Cupola. Baccio d’Agnolo, uno stimato professionista, è convinto di avere fatto un ottimo lavoro.
Ma Michelangelo lo stronca, lo umilia e lo uccide professionalmente, perché Baccio, dopo quella frase sprezzante, non sarà più in grado di posare una singola pietra su quel cantiere.
La scena è cristallizzata da cinque secoli. Rimane un moncone di marmo, una cicatrice aperta, l’anima di un’opera nata morta che non ha ancora trovato pace.
A Firenze c’è chi giura che nelle notti di vento, tra quelle colonnine, si senta ancora un fischio inquietante: lo chiamano il “lamento del grillo”, che nel suo piccolo può mettere i brividi.
Il fantasma di Brunelleschi
Da carnefice a vittima: anche Michelangelo ha pagato per la sua cattiveria. Proviamo a immaginare come deve essere andata.
Michelangelo ha appena umiliato Baccio d’Agnolo davanti a tutta Firenze e i consoli del Duomo lo sfidano: “Se quella è una gabbia per grilli, facci vedere tu cosa sai fare”. Michelangelo non è tipo da ritirarsi davanti a una sfida. La accetta, si mette al lavoro, ma finisce in una trappola psicologica che gli tende un avversario inaspettato: il fantasma di Brunelleschi.
Il maestro studia la Cupola, ma più si immerge nell’opera, più si rende conto che Filippo ha creato un equilibrio talmente perfetto da non poter, né dover, essere toccato.
Così, dopo aver prodotto un modello in legno (che non lo soddisfa affatto), Michelangelo molla tutto e scappa dal cantiere con la scusa di “improrogabili impegni a Roma”, come diremmo oggi.
Michelangelo “uccide” professionalmente Baccio, ma viene paralizzato dal carisma di chi lo ha preceduto. Un caso perfetto di doppio delitto artistico.
FAQ
La progettazione di una gigantesca cupola senza l’utilizzo di impalcature ha comportato un fiorire di racconti e aneddoti alimentato anche dalla personalità di Filippo Brunelleschi.
Dalla sfida dell’uovo, alla rivalità con Ghiberti, dalle macchine da lavoro alla dieta degli operai, le curiosità non mancano e te le abbiamo raccontate. Qual è la tua preferita?
Potremmo andare avanti per ore. Forse quelle più interessanti riguardano la progettazione e il metodo di lavoro del Brunelleschi. Qui ci troviamo davanti a un genio dell’archiettura, dell’ingegneria, della logistica. E pensare che era “solo” un orafo.
Il progetto è del 1296, il completamento della Cupola risale al 1436, la posa della Laterna avviene nel 1571. Fai presto a fare il conto. Ma la facciata, demolita nel 1587, ha aspettato fino al 1887 per essere ricostruita. Le Cattedrali sono come gli esami: non finiscono mai…
L’influenza della Cupola del Pantheon è indubbia. E sai chi ha studiato in lungo e in largo questo monumento? Proprio il Brunelleschi che se ne andò offeso a Roma quando per le porte del Battisteroi fiorentini preferirono il progetto del Ghiberti al suo.
Filippo Brunelleschi, l’orafo che divenne genio dell’architettura, dell’ingegneria e dell’organizzazione del lavoro. Astuto, ossessionato dal controllo, per nulla incline alla diplomazia. Se l’Umanità intera può godere di un capolavoro come la Cupola di Santa Maria del Fiore, il merito è suo.
Tutto. Il progetto, la realizzazione, l’estetica, il valore simbolico, i tempi costruzione, la sicurezza del cantiere, le dimensioni. Tutto: lo abbiamo già detto?
Proprio lui, Filippo Brunelleschi. Non nella Cattedrale “nuova”, ma in quella sottostante, la più antica Santa Reparata. La sua tomba è semplice, quasi anonima. Infatti l’hanno scoperta solo una cinquantina d’anni fa. La trovi a sinistra della scala di accesso.
Tanto, troppo. La facciata originale di Arnolfo di Cambio fu lasciata incompiuta alla morte del suo ideatore nei primi anni del Trecento e poi demolita alla fine del XVI secolo. Da quel momento, tre secoli di “nudità“, finché nel 1887 fu completato il progetto Emilio de Fabris.
Questa è un’ottima domanda. Brunelleschi non ha mai rivelato il proprio modello. Lo ha sempre tenuto nascosto e soprattutto ha mantenuto il segreto sul suo sistema a fiore. Eppure vinse il concorso, si dice per lo stratagemma dell’uovo. Di sicuro aveva eccezionali doti persuasive.
Era un genio. Il sistema a fiore basato su funi che guidavano il posizionamento dei mattoni. I mattoni verticali, le innovazioni tecniche apportate alle macchine da sollevamento; la maniacale cura per la sicurezza in cantiere. Curava tutto nei dettagli e non delegava nessuno.
Certo! Con i nostri biglietti puoi personalizzare la visita del Duomo e della Cupola e immergerti nella storia di questo capolavoro.
Conclusioni
La Cattedrale di Santa Maria del Fiore ha tante storie da raccontare. Forse ce ne sarebbe una per ogni lastra di marmo, per ogni figura affrescata nella sua Cupola, per ogni metro quadrato della sua immensa superficie.
Colpi di genio, astuzie, fatti di sangue, vendette private. C’è un mondo antico, eppure così simile al nostro, rappresentato in questi fatti incredibili.
Ci siamo concentrati, soprattutto, su quelli che ruotano intorno alle grandi personalità legate al Duomo di Firenze, restituendoti il “quadro” e la cornice storica di una società che ha contribuito a costruire la nostra.
